WEG

Nata in Argentina, Ayelen Parolin è una danzatrice e coreografa che ha scelto di vivere in Europa sin dall’inizio degli anni Duemila. L’arrivo nel vecchio continente ha rappresentato per lei la possibilità di conoscere ed entrare in contatto con i nuovi formati scenici e i codici espressivi della danza contemporanea.

Si è trattato di un periodo di grande fermento per la cultura performativa europea che, proprio in quegli anni, spingeva ciò che normalmente veniva definito “danza” oltre i propri confini estetici e concettuali. In questo contesto di innovazione e di trasformazione che ha modificato per sempre l’estensione delle nozioni di danza e di coreografia, Ayelen Parolin, che si è formata come danzatrice prima nel suo paese d’origine e successivamente al corso di formazione E.x.e.r.c.e. a Montpellier, ha iniziato a ideare i suoi primi spettacoli. Incoraggiata dall’incontro con la coreografa La Ribot, che l’ha sollecitata a creare il suo primo solo autobiografico, Ayelen Parolin ha messo tutta se stessa in scena in una prima proposta creativa sobria e insieme caotica.

Con il suo primo solo la coreografa ha esplorato la possibilità di comporre la performance in tempo reale a partire da estratti di coreografie che, da interprete, ha memorizzato e interpretato nel corso del tempo. È stato un lavoro sulla propria memoria quello che ha inaugurato, dunque, il suo percorso nella coreografia. Da questo suo primo lavoro, intitolato con la sua data di nascita 26.06.76 (2004), alla pièce corale Weg (2019), Ayelen Parolin è andata incontro a un progressivo approfondimento della propria scrittura coreografica, uno stile originale che si radica e trova la propria ragion d’essere nella diversità della natura umana e nelle sue infinite sfaccettature.

A questo proposito, la coreografa sembra non essersi accontentata di approfondire il rapporto tra natura e cultura, ma sembra addirittura puntare alla sua decostruzione, portata avanti fino a poterne prendere in considerazione le istanze più profonde e nascoste. La sua postura è simile a quella di una ricercatrice. Il suo sguardo da coreografa si dà l’obiettivo di armonizzare complesse e stratificate polifonie identitarie organizzando finemente la loro presenza sulla scena. I tratti caratteristici del suo lavoro includono, nell’insieme, un’inclinazione particolare per la continua interrogazione interiore e l’approfondimento di ciò che, dall’interno, è in grado di muovere il suo lavoro e la sua creatività. Non si tratta solo di attivare una riflessione sull’individualità, ma di mettersi in ascolto dell’eco prodotta da questo stesso discorso, cercando di proteggerlo e liberarlo da tutto ciò che lo potrebbe rinchiudere dentro parametri predefiniti. Non è dunque un caso se, date queste premesse, la figura dell’interprete, nelle sue creazioni, è importante e svolge un ruolo per certi aspetti “coautoriale” attraverso il proprio apporto creativo e spontaneo. Dal dialogo che ho avuto con lei, è emerso il suo marcato interesse per la pluralità e la curiosità nell’esplorazione delle qualità individuali che, nel processo creativo, si rendono disponibili a diventare materia prima della scrittura coreografica. Questa attitudine, che nella sua danza da concettuale si sa trasformare in compositiva, si manifesta nella ricerca artistica in maniera chiara e coraggiosa. Tra i materiali individuali che nascono nella ricerca coreografica e la loro messa in scena corale si avverte un rapporto sincero, diretto e privo di artificio. Weg rappresenta, da questo punto di vista, un vero e proprio percorso di individuazione di gruppo. Nello spettacolo trovano spazio gli opposti, i contrari e persino i contrasti. La diversità come sfida e la contraddizione come stato naturale della presenza sono i dati da cui la coreografa sembra partire per inoltrarsi in territori sconosciuti. In scena, gli otto interpreti trovano spazio per muoversi e danzare tra diversi registri – dal grottesco al drammatico – e attingendo a repertori di movimento diversificati e polifonici, non conformati a nessuno stile in particolare, ma aperti a farsi recettori di un’acuta e densa pluralità. Si assiste al dispiegarsi di un sistema dinamico e collettivo, dove ognuno trova il proprio posto proprio nella moltitudine e nella diversità.

Con la sua compagnia, RUDA, fondata nel 2011, residente presso Charleroi Danse fino al 2020 e già riconosciuta da diversi premi tra cui il Prix de la Critique, Ayelen Parolin porta avanti una ricerca che esplora la coreografia, scrittura dei corpi in movimento nello spazio, dalla prospettiva dell’unicità e del rispetto delle reciproche differenze. Proprio queste, in sala prove, diventano oggetto di indagini minuziose, interdipendenti, e si fanno fonte di creatività ulteriore. La scena accoglie e permette di condividere con il pubblico questo magma appassionato e profondamente umano. Il processo creativo si dimostra sincero e diretto, privo di intermediazioni.

Il motore della drammaturgia di Weg, mi ha confidato la coreografa durante la conversazione che abbiamo avuto, è pensato appositamente per raggiungere il pubblico in maniera positiva, come una vera e propria festa. Una sorta di party senza tempo in cui la coreografia sembra esplodere e anche gli spettatori possono vivere la stessa sensazione di gioiosa liberazione. Della dimensione festiva Ayelen Parolin mantiene e propone la doppia dimensione emotiva: siamo in un mondo dove l’esaltazione dell’identità personale è funzionale e nutre la dimensione collettiva che si esprime nella danza. In questo modo, la coreografia solletica il piacere, non più una dimensione da tenere nascosta sottopelle, ma un motore da condividere con gli altri.

Nell’attraversare questi territori compositivi ed espressivi, la coreografa di origine argentina ha continuato a creare spettacoli come With (2021), una creazione per due interpreti sul tema del clown, in chiave comica, e SIMPLE (2021), spettacolo senza musica nel quale la coreografa ha affidato a tre soli interpreti un linguaggio coreografico volutamente limitato per favorire un lavoro dedicato al ritmo e alla composizione labirintica della coreografia. Guardando invece più indietro nella sua produzione coreografica troviamo un altro importante lavoro corale, Autoctonos e Autoctonos II, entrambi creati nel 2017, due produzioni in cui l’oggetto della ricerca è stata rispettivamente la dimensione del “noi” e quella del gruppo. Un’esplorazione riguardante la società odierna, con le sue degenerazioni narcisistiche e le sue dissonanze.

Oggi Ayelen Parolin è regolarmente invitata a collaborare come coreografa presso compagnie e centri di formazione, dove ha modo di sperimentare ulteriormente la sua metodologia e il suo lavoro coreografico interdisciplinare che tiene fede al contatto costante con la dimensione collettiva. Ayelen Parolin è artista associato al Théâtre National Wallonie- Bruxelles (Belgio).

Gaia Clotilde Chernetich