The Act of Touch

Al mondo ce ne sono tanti di pianoforti verticali derelitti, di cui nessuno sa più che farsene. Finirebbero dagli sfasciacarrozze dei piano se l’artista trentino Jacopo Mazzonelli, che nel suo lavoro intrattiene una relazione speciale con gli strumenti e gli altri arnesi della musica, non li salvasse per dare loro nuova vita, ricongegnandoli. Sette costituiscono l’opera ABCDEFG, le lettere con cui nei paesi anglofoni e di lingua tedesca vengono chiamate le note. Ognuno di questi pianoforti sembra essersi sottoposto a una gran cura dimagrante, e ristretti i fianchi come fosse stato schiacciato da una pressa, non racchiude più una tastiera intera, ma un unico tasto bianco, solo soletto. Questi strumenti mono-tasto e mono-nota godono di un’esistenza propria come oggetti d’arte, però all’occorrenza possono riprendere a suonare.

La prima volta è successo nel 2017, quando Mazzonelli ha chiesto al compositore Matteo Franceschini, suo conterraneo, di lavorare con lui e i pianoforti a una performance nella Galleria Civica di Trento. Venti minuti di durata: il primo nucleo di ciò che un anno dopo, alle Murate di Firenze (per la stagione concertistica del Gamo – Gruppo aperto musica oggi) si è riconfigurato ed esteso in The Act of Touch, installazione/performance di un’oretta in cui gli autori Mazzonelli e Franceschini erano protagonisti assieme alla pianista Eleonora Wegher, ciascuno impegnato a suo modo nell’esplorare l’anima sonora delle sette sculture anche attraverso la loro manipolazione elettronica in tempo reale. Da allora questa performance si è ripetuta una decina di volte in vari luoghi d’Italia: Mazzonelli e Wegher impegnati attorno ai pianoforti; alla consolle elettronica Franceschini, che qui, come accade ogniqualvolta lui assume le vesti di interprete di proprie musiche, si serve dello pseudonimo di Tovel, dal nome di un lago del Trentino. Stavolta, per questa ripresa spoletina, The Art of Touch accentua il tratto site specific, mettendo a punto anche un nuovo disegno luci.

 

La collaborazione tra Mazzonelli e Franceschini sembra orientata dagli astri, e non solo perché i due sono stati compagni di liceo tra metà e fine anni Novanta. Il fatto è che le loro ricerche fremono di una stessa impazienza nei confronti delle recinzioni tra arti. A Mazzonelli, che ha una solida formazione alla musica, interessa sostare nel territorio di confine tra visualità e ascolto, in genere però arrestandosi prima che il gesto a cui possono essere sottoposte le sue opere “musicali” le renda corpi risonanti. Poiché, dice, a lui interessa piuttosto innescare quei «meccanismi sottili che traghettano lo spettatore dal tattile all’uditivo, dal retinico al poetico, e ritorno». Di multimedialità, musica-visione-azione, e mescidanza di generi, ricerca colta squarciata da una propensione extracolta, è impregnato il fare creativo di Franceschini, che oggi abita a Parigi e insegna in Italia. Lui, Leone d’argento per la musica alla Biennale di Venezia 2019, negli ultimi tempi è riuscito a liberare la sua vera natura di autore-performer che ibrida senza pregiudizi il sapere accademico (i diplomi in clarinetto e composizione, gli studi di contrabbasso e piano) con la passione per il rock, che ha frequento fin dall’adolescenza suonando nei club. «Nelle opere più recenti sono arrivato ad adoperare insieme varie grammatiche musicali e a riflettere sul format del concerto, durante il quale spesso mi metto io stesso in gioco a carte scoperte convertendo il Franceschini autore nel Tovel performer», racconta.

 

In The Act of Touch, lavoro cruciale nella maturazione espressiva tanto di Mazzonelli quanto di Franceschini, diviene fluidissimo il confine fra scultura e strumento musicale, fra i suoni naturali, amplificati e artificiali, fra teatralità e dj set. Il tatto dei performer ispeziona minuziosamente in ogni loro parte gli oggetti-pianoforte (cattedrali apparentemente inespugnabili, secondo Mazzonelli) e le voci che da questi vengono emesse, si tratti di rumori o di intonazioni riconoscibili, il live electronics le rimodella in maniera tale da far parere all’ascoltare che a essere tastato sia un pianoforte monstre, capace pure di trasformarsi in dispositivo percussivo di una ritualità da dance floor. Ogni atto è regolato dalla partitura di Franceschini (edizioni Ricordi), di fattura formale quasi classica per quanto è simmetrica, ponderata: una struttura che aspira a una sfericità levigata e, tuttavia, implica situazioni acustiche in tumulto espressivo. I due performer che si occupano dei pianoforti devono prendersi cura di tre strumenti ciascuno. Invece il mono-tasto Fa rimane territorio d’entrambi, un’isola su cui approda l’uno o l’altro a seconda dei momenti. Il legno degli strumenti viene accarezzato, ticchettato, sfregato, i tasti sono sollecitati a emettere la propria nota, che esce sorda, scordata. Sempre, l’elettronica traduce questi atti in entità timbriche avvolgenti, via via più esplosive, lampeggìi furiosi, bacchici, pulsanti come disco music, che comunque da ultimo si placano, così da inscrivere la performance in un percorso circolare. Le indicazioni in partitura parlano chiaro: dall’avvio “meditando, curioso”, “sospeso”, “riflessivo”, attraverso una sezione “immateriale” di qualche minuto in cui i performer possono procedere con un minimo di autonomia pur entro un’intelaiatura stabilita dal compositore, il raggiungimento del climax impetuoso, orgasmico è segnato come “frenetico”, “febbrile”, “meccanico”, dopodiché lo scaricarsi d’ogni tensione conduce allo “sgretolandosi”, al “rimembrando”, all’“allontanandosi” conclusivi. Dei pianoforti non soltanto è suonata la mono-tastiera, ma anche il coperchio superiore sotto il quale sono collocati dei sensori. Su quel legno i performer digitano le linee melodiche prescritte dalla partitura, come se davvero avessero sotto le dita una tastiera intera. I sensori percepiscono l’entità, la qualità, la velocità d’ogni colpo di polpastrelli, catturandolo e trasformandolo in segnale digitale affidato al performer alla consolle. Risulta visivamente suggestiva questa muta articolazione di falangi che genera sonorità inaspettate, cosicché pare che da una dura tavola di legno possano magicamente fiorire note psichedeliche. E poetico è il momento in cui i due performer si ritrovano, accanto, a occuparsi del dorso di un piano appoggiandovi i loro diapason: sembrano medici intenti ad auscultarne i polmoni.

 

Franceschini intende The Act of Touch come prima parte di un trittico intitolato Live, progetto performativo che prevede sempre la presenza del compositore-Tovel in scena. Gli altri due pannelli, datati 2019, sono Songbook e Opus. L’uno, per quartetto rock, ensemble amplificato e live electronics, presentato alla Biennale Musica, è un lavoro sulla forma-canzone. Nell’altro, la cui idea risale addirittura a un decennio fa, si assiste a una interazione narrativo-drammaturgica tra musica e linguaggio visivo, dunque tra quartetto d’archi, elettronica, videoproiezioni; presentato a La Scala-Paris, si avvale della collaborazione dell’Ircam e dello studio parigi- no di design e visual art 1024 Architecture.

Gregorio Moppi