Intervista a Luz Arcas
Coreografa e fondatrice di La Phármaco sulla creazione di Toná

IN TONÁ LEI FIRMA REGIA, DRAMMATURGIA, COREOGRAFIA, OLTRA A ESSERE PERFORMER. LA TONÁ È UNO DEI CANTES FLAMENCOS BÁSICOS COME LA SIGUIRIYA, LA SOLEÁ… È DUNQUE UN’INCURSIONE NEL FLAMENCO QUESTO NUOVO SPETTACOLO?

«È un lavoro che nasce da un mio viaggio a Malaga, mia città d’infanzia. Mio padre era molto malato e volevo assisterlo. È stato un incontro con il folclore andaluso della mia infanzia. Da lì ho cominciato a lavorare su alcuni riferimenti, come Trinidad Huertas, detta La Cuenca, una bailaora dell’Ottocento che raggiunse fama mondiale per un ballo ispirato ai toreri, o come il folclore pre-flamenco poi assorbito dal flamenco stesso. Da ciò è nata una riflessione sull’infermità e sulla morte, ma proprio come si fa nel folclore, celebrando la perdita come una fiesta, una catarsi collettiva, una necessità sociale di comunità. Invece di nascondere o di relegare la morte in un cono d’ombra, la si assume come parte fondamentale della vita. Mio padre ora sta bene, ma è sopravvissuto a una crisi di salute molto dura».

 

TORNARE A MALAGA È STATO COSÌ PER LEI UN RITORNO ALL’INFANZIA, ALLA MEMORIA PIÙ ANCESTRALE DELL’ANDALUSIA…

«Sì, per me Toná è una sorta di autobiografia che mi ha riportata al mio passato remoto riconnettendomi all’immaginario collettivo della mia terra. Una necessità di dissolvere la mia personalità nei simboli sociali, senza idealizzare o romanzare, lavorando con tutti i conflitti. Credo che il folclore e l’immaginario popolare siano densi di tensioni e crisi e a me interessa ballarli. Approfondisco che cosa significano il toreo, la corrida, il corpo della donna storicamente, il lutto e la consuetudine di vestirsi di nero, la bandiera che per noi spagnoli evoca conflitti».

 

LEI DANZA L’EFFIMERO, LA MORTE E LA MEMORIA. L’IDEA DI CADUCITÀ È INSITA NELLA DANZA STESSA, NELLA VITA…

«Preferisco parlare di “ballo” e non di “danza” perché il primo è un termine che riporta alla storia del gesto. Una storia che non si scrive, ma che è effimera come il corpo e la vita, si trasmette di generazione in generazione come la tradizione orale delle storie, della canzone. Il gesto viaggia nel tempo. Sento che quando ballo, danzano con me anche i corpi che hanno vissuto in passato. La danza celebra l’effimero, ma curiosamente, riaffiorando ogni volta e in ogni vita, l’effimero torna, rinasce. Dunque, anche il concetto di caducità è complesso perché è insito nell’idea di vitalità, di potenza fisica».

 

LA RELAZIONE TRA STRUMENTI MUSICALI, CORPI, ELEMENTI SCENICI DIALOGA CON LA DIMENSIONE INVISIBILE DEL CERIMONIALE IN TONÁ…

«Il lavoro con gli oggetti mi riporta al folclore e a come si utilizzano. Nello spettacolo abbiamo dedicato una cura particolare ai costumi, ai cappelli, ai fiori, così legati alla ritualità spagnola».

 

IN TONÁ LA DANZA È SOLO UNA PARTE DELLO SPETTACOLO. È UN LAVORO PIÙ TEATRALE RISPETTO AD ALTRI SUOI TITOLI DEL PASSATO?

«No, il mio stile è da sempre molto ibrido. In Toná c’è molto gesto, molta espressività facciale, la musica è presente in scena con una violinista e una cantante, integrata nella drammaturgia. Mi piace pensarmi come una creatura della scena, una lavoratrice del corpo. E il corpo per me è un concetto più ampio della danza, perché la danza è soggetta a stili diversi. Preferisco pensare in termini di corpo che è infinito e ha moltissime propaggini, è mente e istinto, è viso e voce. Ed è stimolante aprire tutto questo uscendo dalle etichette, da incasellamenti che limitano. Al momento abbiamo bisogno proprio del binomio spazio-corpo per scuoterci».

 

CON LA PHÁRMACO CREA LAVORI CONTEMPORANEI PORTATORI DI MEMORIA. COME LAVORA SUL FLAMENCO ATTRAVERSO UN LINGUAGGIO CONTEMPORANEO?

«Ora il mondo del flamenco si sta aprendo al linguaggio contemporaneo. Però noi artisti contemporanei nutriamo molto rispetto per il flamenco e il folclore. In Spagna è ancora un tema delicato: solitamente chi balla flamenco si concentra sul folclore, chi invece danza contemporaneo si dedica a quello e basta. Per me è diverso: il flamenco fa parte di me fin da quando ero bambina, ho mosso i primi passi in danze di folclore. Non è solo quello: tutta la mia formazione artistica e le mie emozioni sono legate al folclore. Lo sentivo dentro di me anche quando ancora non ascoltavo la sua voce: ho accettato ciò che già c’era, è parte della mia cultura. Sento che la danza contemporanea europea negli ultimi anni si è intellettualizzata troppo, si è spinta verso uno stile più globale e asettico, più internazionale. La Spagna guarda molto all’Europa. Io ho bisogno d’altro, di approfondire la memoria, rispetto a questa moda globalizzatrice sia nell’estetica che nella poetica dell’arte».

 

SUL SITO DELLA COMPAGNIA SONO RIPORTATE SUE AFFERMAZIONI MOLTO FORTI CONTRO LA “DITTATURA DEL NEOLIBERISMO E DEL PRESENTE”…

«Quando sono diventata madre, quattro anni fa, ho sentito la necessità di dire le cose più direttamente. Prima lavoravamo su personaggi storici, attingendo dalla letteratura o dalla storia dell’arte. Con la maternità, in me si sono chiusi molti riferimenti autorevoli e ho sentito la profonda necessità di muovermi più liberamente, dialogando con il nuovo colonialismo imposto dal sistema neoliberista. Sento che la colonizzazione culturale non è un momento singolo della storia, ma è l’essenza stessa della storia e che la violenza culturale è la chiave dell’impero dominante. Mi sono resa conto che ero fin troppo condizionata dalle sovrastrutture della civilizzazione. Oggi non voglio sottrarmi, piuttosto rendere visibile il conflitto che si agita in un corpo che soffre la violenza culturale neoliberale. E indagare la ferita storica del corpo».

 

L’IDEA DELLA FERITA E DELLA MALATTIA È INSITA NEL NOME DI LA PHÁRMACO, SCELTO PER LA COMPAGNIA CHE HA FONDATO NEL 2009.

«Sì, si ispira al termine greco pharmakòn, da cui deriva farmaco. Un nome che ci riporta all’idea di capro espiatorio, di vittima sacrificale attraverso un corpo che può curare o rendere malata la società. Credo che il teatro, la danza e, in generale, l’arte della scena debbano mostrare corpi capaci di ristabilire l’ordine collettivo attraverso un sacrificio. Da quello di Gesù Cristo sulla Croce alla morte dell’Eletta della Sagra della Primavera di Stravinskij all’esilio di Edipo nella tragedia greca, c’è un’iconografia di corpi che si offrono al sacrificio per il ritorno all’ordine. Da qui l’idea di scavare in un corpo che balla in scena, luogo di offerte sull’altare della collettività. È come esaudire una necessità sociale».

 

VIVIAMO UN TEMPO MOLTO DIFFICILE PER L’ARTE, PER LA DANZA. QUAL È LA SFIDA PER LA DANZA?

«Penso che la danza e il teatro siano un settore già molto abituato alla crisi, al rischio, alla precarietà, all’incertezza. Perciò viviamo tempi così complessi meglio di altri settori più stabili. Siamo allenati a inventare costantemente: non c’è denaro e noi creiamo un’opera con venti elementi, senza perderci d’animo. Non voglio sdrammatizzare troppo perché la situazione è molto dura. Ma noi abbiamo sempre vissuto così: nel 2009 ho fondato la compagnia in piena crisi economica. Ora La Phármaco vive una situazione migliore perché è conosciuta, ciononostante soffriamo come tutti. Voglio continuare a pensare che in questo mondo complicato anche per gli incontri fisici la danza posso essere sentita di più e diventare ogni volta speciale».

Valeria Crippa