Dianne Reeves

C’è ancora chi si lamenta del fatto che il canto jazz, quello al femminile, debba rimpiangere Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billie Holiday (per citare la terna classica, che sfugge sempre dalla bocca dei lamentosi). Poi, c’è chi si rifugia dietro le vocalist contemporanee che evocano (imitano?) ricordi dei passati fasti. Con tutta evidenza, codesto pubblico non si è accorto che il canto jazz ha una regina: una donna che coniuga la bellezza del passato del jazz con le meravigliose intonazioni africane, immerse in un clima di brillante modernità. Questa regina risponde al nome
di Dianne Reeves.

La musica fa parte del DNA di Dianne Reeves: nasce a Detroit, città dall’anima soul marchiata a fuoco dalla Motown, in un contesto familiare impregnato di musica, con il padre cantante (scomparso quando Dianne aveva solo due anni) e la madre che suonava la tromba. Senza contare che il cugino è George Duke, mentre suo zio è il bassista Charles Burrell. Agli albori degli anni Settanta, la band del liceo apre le porte alla Dianne adolescente, che canta e suona il pianoforte già con il piglio di una professionista. La carriera scolastica della ragazza prosegue all’università del Colorado, dove milita anche nella band dell’Ateneo. Ed è così brava e travolgente da lasciare esterrefatto Clark Terry, di passaggio a Detroit, che decide di cooptarla nel suo gruppo. Dianne lascia Detroit e si trasferisce a Los Angeles, dove incontra Stanley Turrentine e Lenny White: con loro incide e calca le scene, collaborando con l’incendiaria band di fusion-latin jazz Caldera. Inoltre, con il pianista Billy Childs dà vita ai Night Flight, prima di trasferirsi a New York. Nel 1981 è al fianco di Sergio Mendes. Nel mezzo di un tale tourbillon di esperienze prismatiche, c’è tempo anche per l’esordio da solista con l’album Welcome To My Love (1982), con al fianco ancora Billy Childs, al quale fa seguito For Every Earth del 1984, con Herb Wong nelle vesti di produttore esecutivo.

 

 

La carriera di Dianne prosegue lastricata di esplorazioni musicali e collaborazioni, come Ballerina (album pubblicato solo in UK) con Marcy Levy, al secolo Marcella Detroit, nota per aver collaborato con Aretha Franklin ed Eric Clapton. Sulla sua strada si para anche Harry Belafonte, con il quale collaborerà dal 1983 al 1986. Il 1987 è l’anno copernicano, perché la cantante di Detroit si merita l’attenzione della Blue Note Records e licenzia il suo primo, e omonimo, album da leader. Un album denso e ricco da ogni punto di vista, anche per il nutritissimo numero di stelle che vi prendono parte: da Freddie Hubbard a George Duke, passando per Stanley Clarke e Herbie Hancock, Airto Moreira e molti altri. Fa seguito l’anno successivo The Nearness Of You, che consolida ancor più il successo dell’artista afroamericana.
Se è vero, come ha affermato il critico musicale statunitense Scott Yanow, che Dianne Reeves «ha saputo succedere a Dinah Washington e Carmen McRae», è anche vero che la Nostra non si è mai fermata a cercare di emulare chicchessia: il suo viaggio nella musica è globale, senza confini, da vera ricercatrice di quelle tradizioni africane che nessuno mai dovrebbe dimenticare. Sicuramente Dianne ha contribuito in modo determinante a quella rinascita della popolarità delle cantanti jazz che si è avuta negli anni Novanta. Los Angeles accoglie nel suo poliedrico grembo artistico la musicista di Detroit e nel 1989 il cugino George Duke assume la produzione di Never Too Far (pubblicato dalla EMI USA), dove al jazz si affiancano, con naturalezza, funk e soul. Il disco approda al civico 14 della Top Charts Contemporary Jazz della rivista Billboard.

 

 

 

Passati due anni, nel 1991 Dianne torna in casa Blue Note per regalarci I Remember che, tra le altre, contiene una splendida versione di Afro Blue traboccante d’Africa. Reeves gioca sull’altalena che oscilla tra standard ammantati di luce moderna e lo scavare nelle profondità sonore più attuali dell’universo musicale in black. Così, nel 1994 arriva Art & Survival, che si avvale della coproduzione di Terri Lyne Carrington ed Eddie del Barrio (che nel suo palmarès di collaborazioni vede Earth, Wind & Fire, Stan Getz ed Herb Alpert, tra le altre). Un album di ricerca, in cui Dianne si spinge oltre i traguardi già raggiunti e che contiene anche una perla di saggezza musicale e tecnica: Come To The River. Sempre nel 1994, sulla scia del precedente, arriva Quiet After The Storm (Blue Note) in cui la vocalist di Detroit evita tutti i cliché e con la sua voce ricca di sfumature fa sentire i brividi lungo la schiena. Brani come Nine e Hello, Haven’t Seen You Before mescolano sonorità ancestrali e urbane.

 

 

 

L’infinita voglia di Dianne Reeves di abbracciare la musica nella sua completezza, senza paletti e stereotipi ma solo guidata da una irrefrenabile creatività, la si ascolta anche in un singolo che la vede collaborare con il collettivo hip hop (nato nel 1995) The Ummah: Down Here On The Ground, in cui il sodalizio sciorina hip hop, jazz, soul, downtempo; un magma sonoro in cui l’ascoltatore viene inghiottito.

Con That Day, datato 1997, riprende in mano la tradizione in via esclusiva, con delle nuances R&B e delle chicche come Dark Truths che, con buona sicurezza, possiamo affermare essere l’unica versione jazzy del brano di Joan Armatrading. Sulla stessa scia è New Morning, sempre del 1997, dove con ottimo gusto Dianne declina alcuni standard immarcescibili, come Summertime, Body & Soul, Love For Sale. Poi, a distanza di due anni arriva Bridges, dove troviamo George Duke, Mulgrew Miller, Kenny Garrett, Stanley Clarke.

 

 

 

Per Dianne è tempo di raccogliere i frutti di quanto ha seminato. Il terzo millennio inizia benissimo: In The Moment – Live Concert si aggiudica il Grammy Award come Best Jazz Vocal Album. E non finisce qui, perché l’anno dopo lo stesso riconoscimento le viene attribuito per The Calling: Celebrating Sarah Vaughan, dal quale inizia il lungo sodalizio con il chitarrista brasiliano Romero Lubambo. E un paio d’anni dopo, nel 2004, arriva il terzo Grammy per A Little Moonlight, un disco in cui brillano ever-green come Skylark, I Concentrate On You e Loads Of Love, assolutamente freschi, tanto da sembrare nuovi. Dianne Reeves ha l’innata capacità di dare freschezza a ogni materia sonora che passi per le sue corde vocali. La sua voce è ricca di calore, di scintillante fraseggio e priva di inutili manierismi.

Tempo un altro paio di anni e nel 2006 arriva anche il quarto Grammy Award, sempre nella stessa categoria, con Good Night, and Good Luck, colonna sonora dell’omonimo film di e con George Clooney.

Il 2008 è l’anno di When You Know: da incorniciare senz’altro l’interpretazione di The Windmills of Your Mind di Michel Legrand.

Nel 2014, dopo cinque anni di assenza, arriva Beautiful Life e con lui il quinto Grammy. La bella Tango è firmata dalla stessa artista di Detroit e merita un attento ascolto, tanto quanto la personale visione della Reeves di Dreams che ha il magico sigillo di Stevie Nicks.

Una vita costellata di successi, tutti meritati, tra i quali fa bella mostra il recente titolo di Jazz Master conferitole dal National Endowment for the Arts: probabilmente il più alto riconoscimento per il jazz negli Stati Uniti. Una vita da ricercatrice di suoni, di tonalità, di “africanità” che pervade tutto il suo lavoro. Non si può tacere, inoltre, la maestosa presenza scenica: una donna che riesce a incantare con la voce, con il fascino di uno sguardo, con il sorriso e con la sua naturale simpatia.

Il New York Times l’ha definita: «La diva del jazz più ammirata dai tempi d’oro di Ella Fitzgerald e Billie Holiday». Una definizione che sta stretta alla policroma personalità artistica di una regina come Dianne Reeves.

Alceste Ayroldi