Canti della lontananza

Mutazioni e trasformazioni sono riferimenti consueti nella musica di Gilad Cohen, compositore israeliano nato nel 1980, versato nel gioco di originale ibridazione di differenti influenze e generi musicali. Alla costante ricerca di una voce personale Cohen incrocia l’attività di musicista e di studioso con le passioni per la musica antica e la sperimentazione orchestrale, il rock e il grunge ma anche l’influenza delle musiche arabe e della tradizione klezmer.

Firefly Elegy è strutturata in forma estremamente libera come una sonata in quattro sezioni concatenate in cui violino, viola, violoncello, clarinetto e arpa descrivono le mutazioni di una lucciola dall’uovo allo stadio larvale fino al raggiungimento dello stato adulto. L’intero percorso di sviluppo dell’insetto viene illustrato attraverso le continue trasformazioni di un tema primigenio di dodici note. Aperta dagli accordi di un fulmineo bagliore la prima sezione identifica la condizione primigenia con una stasi increspata da crescenti pulsazioni che sfocia nella seconda sezione, il passaggio dell’uovo alla larva. Il frenetico susseguirsi ritmico di frasi spezzate sull’ostinato dell’arpa sottolinea l’urgenza alimentare della creatura che in breve si trasforma in pupa. Questo terzo stadio è tratteggiato dai lunghi accordi sostenuti degli archi, creando un clima di misteriosa immobilità, in breve interrotto da una serie di scale ascendenti e dagli incisi reiterati dell’arpa, ispirato alle emissioni luminose sincronizzate delle lucciole tropicali. Il brano si avvia alla conclusione nel descrivere il breve volo notturno dell’esemplare adulto, le screziature coloristiche punteggiate dalle volute del clarinetto, finché dopo aver deposto nuovamente le uova la lucciola a sua volta muore perché il ciclo della vita possa ricominciare.

 

 

 

Anche Thrush Song di Paola Prestini, tra le compositrici più in vista della nuova scena americana, riflette sul tema delle trasformazioni e del cambiamento, osservato dalla prospettiva politico-sociale e ambientale. Si tratta di una recente commissione dei Filarmonici di New York per le celebrazioni del 19mo emendamento della Costituzione Americana, che garantisce il diritto di voto alle donne. Prestini, particolarmente interessata alle molteplici possibilità della scrittura per la voce, è costantemente impegnata ad ampliare i confini della propria attività artistica integrando nella creatività musicale esperienze molto eterogenee, dall’intelligenza artificiale al teatro di marionette, all’arte di Cindy Sherman. Compo- sto per soprano, tre archi, percussioni e elettronica Thrush Song è un omaggio alla figura della biologa americana Rachel Carson (1907-1964), una delle fondatrici del movimento ambientalista negli Stati Uniti. Prestini si concentra sugli anni conclusivi della vita di Carson, in cui già malata di cancro dà alle stampe Silent Spring – Primavera Silenziosa, famosa ricerca sugli effetti dirompenti dei pesticidi sull’ambiente e sulla salute umana, destinata a diventare uno dei manifesti della lotta ambientalista. Il volume ebbe una risonanza che procurò alla studiosa attacchi violentissimi anche a livello personale, ma si impose come tappa fondamentale per ottenere il bando degli agenti chimici nocivi e per lo sviluppo di una nuova coscienza ambientale. Attraverso un meccanismo di accumulazione la cantata si sviluppa con un drammatico crescendo esaltato nella corrispondenza fra i testi e la scrittura densa e frastagliata degli archi; la voce di Carson emerge attraverso due diversi piani sonori sovrapposti, nelle frasi di calda espansività lirica del soprano e su nastro magnetico nelle parole di Maria Popova desunte dai testi di Carson: la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente si sposa con preoccupazioni e speranze personali, partendo da una lettera scritta nel 1962 alla compagna di vita Dorothy: la studiosa sottolinea la fatica della ricerca, i progressi della malattia ma i pensieri corrono poi alla miriade di uccelli falcidiati dai preparati chimici, a partire dal piccolo tordo di cui Carson immagina di poter ascoltare con sollievo il canto soltanto una volta che avrà terminato il suo lavoro.

 

 

Anche nel caso di And Then I Knew ‘Twas Wind troviamo una voce femminile come fonte di ispirazione del brano per viola e arpa, composto nel 1992 da Tōru Takemitsu nella fase estrema della maturità artistica. Alla base del pezzo c’è un passaggio della poesia Like Rain it sounded till it curved di Emily Dickinson che aveva attratto il compositore giapponese per l’accostamento fra l’elemento naturale del vento e l’immagine simbolica di un inconsapevole soffio che persistentemente agita la coscienza dell’uomo. La composizione fluisce su un unico movimento e in linea con le caratteristiche delle opere della tarda maturità dell’artista giapponese riflette il pieno recupero di una scrittura più vicina alla tonalità, con caratteristiche che si potrebbero quasi definire romantiche. Un reticolo di armonie sospese e delicate è generato avvalendosi in modo molto libero della tecnica seriale, con un materiale tematico di due segmenti di sei note che ricombinati non solo mostrano parentele con altre composizioni dello stesso Takemitsu, in particolare How slow the wind, scritto per la medesima formazione, ma anche una relazione piuttosto scoperta con la scrittura impressionistica della sonata di Debussy per flauto, viola e arpa. Ne risulta un brano dal fascino sospeso e misterioso, dalla paletta coloristica sobria ma costantemente mutevole, volta a evocare, con la sua struttura volatile e frammentata, la mobilità cangiante di un possente alito di vento.

 

 

 

I lavori strumentali di Gian Carlo Menotti non hanno riscosso lo stesso favore delle sue opere teatrali, che pure hanno destato posizioni critiche contrastanti. Sia il concerto per pianoforte che quello per violino si ascoltano molto di rado e lo stesso accade per le sparse ma pregevoli composizioni cameristiche. I canti della lontananza sono fra i pochi lavori per voce e pianoforte lasciati da Menotti. I sette canti, che qui si ascoltano per la prima volta nell’inventiva trascrizione di Orazio Sciortino, vennero composti nel 1967 da Menotti su testi propri per il soprano Elisabeth Schwarzkopf e da lei stessa presentati in prima assoluta accompagnata a Martin Isepp all’Hunter College di New York. Si tratta di un ciclo vocale dai caratteri piuttosto inconsueti per Menotti, che qui mostra un’originale coerenza dei profili armonici e un dominio sorvegliato del tratto emotivo, che pure risalta in modo vivido e sincero. I testi riflettono sul tema della lontananza, della perdita o della separazione, possibile riverbero delle difficoltà che conosceva in quegli anni la lunga relazione con Samuel Barber, il quale aveva ferito Menotti scegliendo Franco Zeffirelli per il libretto della sua nuova opera, Antony and Cleopatra. L’opera, commissionata per inaugurare nel 1966 la nuova sala del Metropolitan Opera al Lincoln Center fu un clamoroso insuccesso e Menotti, che nel decennio precedente aveva scritto per Barber il magnifico libretto di Vanessa e il piccolo gioiello A Hand of Bridge, verrà chiamato per rimaneggiare il libretto.

Se Gli amanti impossibili si accendono di un vivo empito drammatico, Mattinata di neve rimanda al modello delle liriche di Duparc, con fitti cromatismi che infondono al canto una tinta dolcemente malinconica. Con il settimo bicchiere di vino il vivace spirito operistico fa da contrasto alle sonorità angosciose dello Spettro, memore delle atmosfere dei lieder di Berg. Tipica della scrittura icastica e misteriosa di Menotti è Dorme Pegaso, cui fa da contraltare La Lettera, con la voce spinta verso l’espansione e le proporzioni della scrittura lirica. Carica di reminiscenze tardoromantiche l’ultima canzone, Rassegnazione, che chiude il ciclo mettendo in mostra un’invenzione melodica accattivante e, nella versione originale, una scrittura pianistica limpida e composta.

Andrea Penna