Astral Converted / Working Title

ASTRAL CONVERTED, A ZIG ZAG TRA LE TORRI

Astral Converted nacque nel 1991 e appartiene al ciclo Il ritorno allo zero. Fu presentato alla National Gallery of Art di Washington D.C. e commissionato dalla stessa galleria: insieme alla mostra “Rauschenberg Overseas Culture Interchange (ROCI)” concluse le celebrazioni del 20° anniversario della Compagnia fondata dalla Brown. Nuovo adattamento del precedente Astral Convertible (1989) e per spettacoli a serata intera, Astral Converted vi aggiungeva frasi di movimento e ne riorganizzava quelle precedenti. Identico, però, l’assetto scenico ideato dall’amico Rauschenberg: consiste tuttora in una serie di scintillanti torri di metallo di varia altezza in grado di integrare, nei propri scaffali, un sistema autonomo di luci e suoni, utilizzando sensori per rilevare la presenza di ballerini e rispondere al loro movimento. Lucenti e raffinati anche i costumi: tute argentee concepite sempre da Rauschenberg con un tessuto in più per evidenziare le gambe delle danzatrici.

 

 

Nel 1991 la precedente musica di Richard Landry fu sostituita da una nuova colonna sonora di John Cage. Si intitola Eight (il numero delle torri), otto ottoni e strumenti a fiato sostengono singole note, accumulando collettivamente accordi dissonanti che si alternano quando gli strumenti s’affacciano o spariscono dalla partitura. Il rapporto tra musica e coreografia sembra, a tratti, del tutto casuale, proprio come il variare dell’illuminazione all’inizio alquanto fioca e collegata grazie ai sopra citati sensori, ai movimenti dei ballerini. Invece pulsa una correlazione sotterranea e strutturale tra suoni e raggruppamenti della coreografia, addizione e sottrazione nella visibilità dei ballerini. Come sempre Trisha Brown ci mostra la sapienza delle sue entrate e uscite di scena. Talvolta il movimento di un danzatore sembra trascinare con sé l’apparizione di un suo collega e tutto questo ai lati, come in un doppio duetto in cui due dei quattro interpreti sospingessero gli altri fuori di scena. Ironia e delicatezza ci paiono la cifra portante di questa coreografia, così ricca di dettagli, precisa e sobria, ma non priva di accenti giocosi: una danzatrice sembra appoggiata ad una torre come fosse quella di Pisa, oppure viene catturata da un altro ballerino cominciando ad oscillare al pari dell’asta di un metronomo tra il collega e la torre. L’oscillazione si accentua verso la fine della pièce, mentre alcuni corpi si slanciano in alto e precipitano a terra in forma di spirale. Queste improvvise esplosioni di tuffi con schianti a terra sfidano la forza di gravità e aumentano l’originalità dell’intera creazione grazie a salti e cadute fluide e insieme ad un movimento che partendo da terra, con corpi sdraiati o accovacciati, prova a raggiungere l’altezza delle torri, o ad insinuarsi tra i loro vari livelli. Cinquanta minuti imprevedibili, senza effetti speciali, intrappolati entro la musica di Cage, ma soprattutto entro l’infallibile respiro compositivo della Brown, conferiscono ad Astral Converted una magia speciale che si potrebbe ammirare all’infinito. Ma poi le luci si spengono di botto, come se le batterie per l’illuminazione inserite nelle torri si fossero esaurite e tutto finisce all’improvviso.

WORKING TITLE, PROFONDAMENTE UMANO

Nella cavea all’aperto del Teatro Romano di Spoleto, anche i 28 minuti di Working Title, proprio come Astral Converted, potrebbero raddoppiare la loro rapinosa meraviglia. Precursore di Lateral Pass, questo pezzo fu originariamente presentato come un “Work-in-Progress”, con diverse parti della coreografia combinate e riarrangiate ogni volta che veniva messo in scena.

 

Sulla musica di Peter Zummo (selezioni dalla suite Six Songs: Sci-Fi, Slow Heart, Song VI, Song IV), nell’esecuzione originale della Peter Zummo Orchestra con Mustafa Ahmed alle percussioni, Guy Klucevsek alla fisarmonica, Arthur Russell al violoncello, Bill Ruyle alle marimba e lo stesso Zummo al trombone), debuttò il 5 settembre 1985 al Walker Art Center di Minneapolis, MN; mentre la prima mondiale della pièce avvenne in Cina, a Pechino, il 17 novembre al Teatro Minzhu Wenhua Gong, ma ormai con il titolo di Lateral Pass. La ripresa di questo “Work-in-Progress” a Spoleto, con nuovi costumi commissionati ad Elisabeth Cannon che riprendono gli originali di Nancy Graves, si focalizza sul “collage di schemi di viaggio asimmetrici e imprevedibili”. È la stessa coreografa ad averne lasciato una testimonianza. «[Il lavoro] ha continuato a essere una risorsa per anni… schemi interrotti, una frase da viaggio… Stavo pensando alla mia infanzia (quando correvo attraverso la foresta) muschio e fango, legno duro e legno marcio. Se stai andando veloce, devi solo scegliere dove mettere i piedi. È la prima esperienza di corsa veloce di un bambino. Ma non sarà il tuo uno-due-tre di base, due-due-tre, tre-due-tre. Erano schemi di viaggio totalmente asimmetrici e imprevedibili. È un esempio di qualcosa che ho esplorato in seguito. È diventato un argomento per me». Soffio autobiografico? Eh sì. Occorre infatti ricordare che Aberdeen, nello stato di Washington, ove la Brown nacque, è una cittadina assai prossima all’Olympic National Forest: un ambiente naturale che restò impresso nella sua memoria. E infatti, nel 1958, si dedicò ancora a quei suoi movimenti istintivi, asimmetrici e imprevedibili che divennero vere e proprie improvvisazioni. Li mise a fuoco, con cognizione di causa, al fianco di Ann Halprin (grande sperimentatrice della West Coast, scomparsa nel maggio dello scorso anno), in un seminario estivo tenutosi nel 1960 a Kentfield, nella Marin County della California, prima ancora del suo ingresso nella cerchia dei “ribelli” della Judson Memorial Church.

 

Nello studio a San Francisco della Halprin, che in quell’epoca si occupava prevalentemente del rapporto tra movimento e improvvisazione, la Brown conobbe Yvonne Reiner, colei che avrebbe steso il Manifesto della Judson Church, ma tra tanti altri, si imbatté anche in Simone Forti, altra personalità di spicco della Post Modern Dance, e in specie di Fluxus, nata a Firenze e oggi ottantaseienne. Proprio la Forti ricordava come la Brown, durante un’improvvisazione, tenesse una scopa in mano, per poi scagliarla con forza davanti a sé, ma senza mollarne la presa. Una linea retta, alta, vibrante, quasi violenta e alzata da terra di almeno trenta o quaranta centimetri. A Spoleto i danzatori si sposteranno da un lato all’altro della cavea con cautela ma anche con una certa veemenza: fra urti, spinte e movimenti volutamente goffi. L’esito ricercato dalla coreografa era ed è ancora quello di creare qualcosa di “profondamente umano”, tra le luci di Beverly Emmons, appartenenti però a Lateral Pass.

Marinella Guatterini