Costumi, un patrimonio da valorizzare

Antonio Mancinelli e Rocco Talucci

La catalogazione di oltre tremila abiti realizzati per opere, balletti e performance del festival celebrata, lo scorso novembre, da una mostra a Palazzo Collicola curata da Pietro Maccarinelli e da Monica Trevisani, rappresenta il primo tassello di una storicizzazione della manifestazione umbra attraverso i capi indossati dagli artisti, ma è ancora lontana dall’essere conclusa. C’è un rapporto stretto tra il Festival e i costumi che in oltre sessant’anni sono andati in scena: una storia fitta e importante   – come un tessuto prezioso, per restare in tema – di nomi o di spettacoli così famosi da essere entrati di diritto (e in alcuni casi con straordinaria velocità, come è successo per L’Orlando furioso diretto da Luca Ronconi nel luglio del 1969) nella storia dello spettacolo della seconda metà del ’900.

Orlando Furioso, regia di Luca Ronconi (1969) © Fondo Lionello Fabbri

Sono creazioni che raccontano la grande scuola dei costumisti italiani di ogni generazione, mostri sacri come Piero Tosi (che insieme a Bice Brichetto disegna i figurini di una Traviata diretta da Luchino Visconti nei primi anni Sessanta), o di Nando Scarfiotti e Gabriella Pescucci prima della loro fortunata avventura nel cinema americano. Lo spettacolo di apertura della prima edizione del festival, a giugno del ’58, è il Macbeth di Giuseppe Verdi diretto da Luchino Visconti, per il quale il costumista Piero Tosi crea abiti cupi, in perfetta sintonia con libretto d’opera e quanto accade sul palco, con accenti porpora e azzurro, che sembrano arrivare dalle tele di Hayez. Il maestro Tosi, nel pieno della sua produzione, trovò sempre il tempo per Spoleto, dov’è tornato anche con i sensuali costumi di Manon Lescaut di Giacomo Puccini, diretta da Thomas Schippers che debutta nel ’71: il successo di pubblico è tale che lo spettacolo viene replicato l’anno successivo. È il trionfo della seduzione di Manon vestita di pizzi antichi, sottogonna originale di fine Ottocento e calze a righe che rimarranno nella memoria di Marco Tullio Giordana allora giovane spettatore, come ha raccontato pochi anni fa al Festival dal palco del Teatro Menotti.  Passano gli anni, si alternano i direttori artistici, nel 2013 ancora una volta Tosi fa ritorno a Spoleto. Giustamente celebrato come venerato maestro, a pochi mesi dall’Oscar alla carriera, torna in scena con i colori pastello, i corpetti, le marsine e il Settecento dei vestiti per Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, tutti realizzati dalla Sartoria Tirelli.

Manon Lescaut - regia di Luchino Visconti, direzione Thomas Schippers (1971) © Fondo Lionello Fabbri

Non soltanto costumi di donne fatali o nobili hanno caratterizzato e accarezzato i corpi in scena. Negli anni Settanta, con Romolo Valli direttore artistico del festival, due costumiste lasciano il segno firmando due spettacoli di successo: irrompe in scena la forza vitale e l’estro di Roberto De Simone con il debutto assoluto della fiaba musicale La gatta Cenerentola. È il 1976 e la costumista Odette Nicoletti veste una grande Isa Danieli e le lavandaie di bianche e ampie gonne, sottogonne, grembiuli e turbanti. L’anno precedente un’altra donna, Gabriella Pescucci, aveva creato i costumi per un altro spettacolo storico nato per il Festival dei Due Mondi, Napoli chi resta e chi parte, con una pletora di attori napoletani, tra i quali Massimo Ranieri, Mariano Rigillo, Angela Luce, Angela Pagano diretti da Giuseppe Patroni Griffi. In scena i costumi di eleganti avventori di un bar e quelli poveri e lisi degli emigranti pronti a partire per l’America.  Fin dalla prima edizione il festival è sempre stato caratterizzato da una forte multidisciplinarietà: questo respiro ampio di offerta ha favorito anche la mescolanza tra le discipline: inevitabili, dunque, le collaborazioni tra fashion designer e artisti. Nel 2020 avviene il singolare incontro tra la musica di Ludwig van Beethoven e Roberto Capucci, in piazza Duomo per Le creature di Prometeo.  Jean Paul Gaultier, invece, al Festival oltre al suo talento offre ai Due Mondi il racconto della sua vita: nel 2019 con Fashion Freak Show il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti si infiamma per uno spettacolo inconsueto e nuovo. Ballerini, cantanti, attori sulle note pop, funk, disco, e su tutto i costumi disegnati da Gaultier nei quali anche lo spettatore meno esperto di moda riconosce il bustino con i seni a cono visto su Madonna o le t-shirt a righe da marinaio.

La gatta Cenerentola di Roberto De Simone (1976) © Fondo Lionello Fabbri

Un altro incontro, singolare, tra i costumi di scena e la moda nella storia del Festival è quello con Maurizio Galante: il couturier italiano di base a Parigi, ha disegnato più volte i costumi sia per la lirica, sia per la prosa. Come in Danza Macabra diretto da Luca Ronconi o quelli del mozartiano Don Giovanni nel 2017, dalle forme rigorose e dai colori simbolici: per Don Giovanni, simbolo di seduzione, sceglie il rosso. Per Donna Elvira sfida con il glicine – metafora della malinconia – la proverbiale scaramanzia di chi fa teatro. E infatti, non ci sono state brutte conseguenze se non il trionfo della bellezza.

Don Giovanni - regia di Giorgio Ferrara, costumi di Maurizio Galante (2017)